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Immersioni ripetitive profonde producono effetti diversi su persone diverse; non possiamo sapere chi andrà incontro a PDD e chi no, ma avere un piano di immersione sicuro e non superare i propri limiti abbassa sostanzialmente il rischio.
Il subacqueo: una donna di 31 anni in buona salute, fumatrice occasionale, con uno stile di vita attivo ( fa regolarmente esercizi aerobici ), brevettata da 7 anni. Si immerge di solito durante brevi viaggi di due o tre giorni. Non ricorda il numero esatto di immersioni che ha effettuato finora.
Si era recata con il compagno ed alcuni amici in una destinazione subacquea dei Caraibi, mentre nei viaggi precedenti si era immersa nelle acque più fredde della costa ovest. Si immerge raramente sotto i trenta metri, non usa il computer e non consulta le tabelle, scegliendo di affidarsi all'esperienza del suo compagno di immersione o alla guida subacquea.
L'immersione:
poiché la subacquea non tiene un dive log, non è disponibile l'esatto profilo di immersione. Il primo giorno fece tre immersioni tra i 24 e i 27 metri, senza particolari problemi, soltanto cercava di rimanere a profondità inferiori rispetto al resto del gruppo.
Il secondo giorno la prima immersione fu a 40 metri per 20 minuti. Separata dal suo compagno, fece una risalita diretta alla superficie per cercarlo. Dopo 4 minuti tornò a 24-27 metri per altri 37 minuti. Le immersioni erano multilivello ma lei non fece le tappe di decompressione. Non notò alcun problema di risalita o di attrezzatura e si immerse altre due volte a 24-27 metri.
Quella sera cominciò a sentirsi confusa, come narcotizzata, faticava a concentrarsi e aveva mal di testa.
Il terzo giorno fece altre due immersioni, per un totale di nove distinte discese durante il viaggio. La prima a 34,5 metri per 45 minuti e la seconda a 38 metri. Nessuno aveva registrato l'intervallo di superficie e il tempo della seconda immersione. Dopo l'ultima risalita si sentiva affaticata, e la sensazione di sentirsi "drogata" persisteva. La subacquea aveva bevuto non più di un bicchiere di vino ogni sera.
Le complicazioni: il giorno seguente, 24 ore dopo l'ultima immersione, ritornò negli Stati Uniti con un jet privato. La pressione interna alla cabina era di 14,7 psi come a livello del mare. Non notò sintomi nuovi e quelli vecchi non peggiorarono. Il giorno successivo, durante un volo interno verso il Colorado, ebbe diversi sintomi, tra i quali formicolio sotto la pelle ad entrambi i piedi, ai polpacci, agli avambracci e alla parte posteriore del collo. Tali sintomi persistettero durante un volo di collegamento e dopo l'arrivo a casa.
Il pomeriggio seguente si rese conto che non erano migliorati e chiamò il DAN riferendo di sentirsi "strana", ma non fu in grado di ricordare cosa aveva intenzione di dire o il soggetto della conversazione. Poiché non abitava vicino ad una camera iperbarica, DAN la indirizzò al centro medico più vicino per una valutazione e le diede nome e numero telefonico del medico di riferimento DAN del posto. Dopo averla esaminata, sia il medico che DAN le raccomandarono un trattamento in camera iperbarica. Lei rifiutò poiché l'ossigeno e l'infusione intravenosa di fluido l'avevano fatta sentire abbastanza bene da andare a casa. Alle 4 di notte tuttavia i sintomi peggiorarono ed ella ritornò all'ospedale per il trasporto in camera iperbarica.
Diagnosi e trattamento:
fu riscontrato che sussisteva una perdita significativa di sensibilità al piede destro, alla mano destra e al lato sinistro del viso. Persistevano il mal di testa e la sensazione di malessere generale. Le fu diagnosticata una patologia da decompressione cerebrale.
Dopo essere stata sottoposta ad una tabella 6* di trattamento U.S. Navy i sintomi migliorarono. Dopo aver lasciato la camera i sintomi si ripresentarono; il giorno dopo ricevette un secondo trattamento con un miglioramento minimo.
La subacquea fu rilasciata con appuntamenti per le visite di controllo; le fu raccomandato di evitare l'esercizio aerobico per una settimana e di non immergersi finché non avesse avuto il via libera da uno specialista di medicina subacquea. Ad oggi soffre ancora occasionalmente di mal di testa.
La discussione:
non è difficile capire perché la subacquea abbia sviluppato sintomi di patologia da decompressione. Immagazzinare azoto durante immersioni prolungate può portare a sintomi inaspettati. Inoltre è importante notare che la PDD cerebrale può essere insidiosa, con sintomi difficili da riconoscere, come l'incapacità di concentrarsi.
I primi sintomi si mostrarono il secondo giorno, con una variazione delle capacità mentali; il comparire degli stessi non deve sorprendere, date le protratte esposizioni alla profondità e le violazioni degli schemi di decompressione. Se ella avesse seguito un piano di immersioni e profili accettabili, probabilmente non avrebbe fatto immersioni così lunghe e avrebbe potuto evitare i problemi.
Il rapporto annuale DAN sugli incidenti mostra come fino al 6-7% dei subacquei infortunati si immerge in questo modo, senza computer o tabelle, semplicemente seguendo il compagno. Questo caso illustra chiaramente il problema di un tale approccio; inoltre nessuno aveva registrato profondità e tempi di immersione.
Probabilmente la subacquea fece meno immersioni e meno profonde del suo compagno, tuttavia fu quella che mostrò i sintomi. Fino al momento del volo ad un'altitudine di 2400 metri sul livello del mare, più di 36 ore dopo l'ultima immersione, quando i sintomi peggiorarono, nessuno li aveva collegati alla PDD. Tale è la natura di un danno cerebrale legato all'attività subacquea: il sub può essere anche solo vagamente consapevole del problema, forse sentirsi "strano" o "un po' fuori".
Diversamente da molti dei casi riferiti in queste pagine, la subacquea in questione non fece molte cose giuste. Prima di tutto non seguì procedure stabilite per scegliere i suoi profili d'immersione. Probabilmente il suo dive buddy non era adatto a lei e non si armonizzava con il gruppo. Inoltre immersioni ripetitive profonde producono effetti diversi su persone diverse; non possiamo sapere chi andrà incontro a PDD e chi no, ma avere un piano di immersione sicuro e non superare i propri limiti abbassa sostanzialmente il rischio.
*Cos'è una tabella di trattamento 6?
Il protocollo raccomandato per il trattamento iniziale della malattia da decompressione è stato stabilito dalla U.S. Navy con le tabelle 5 e 6, sviluppate nel 1965. Questi termini indicano specifici tempi e pressioni impiegati in una camera di ricompressione per trattare patologie legate all'attività subacquea; a seconda dei sintomi si usa una specifica tabella.
Secondo le statistiche DAN la maggioranza degli incidenti viene inizialmente trattata con una tabella 6. Una tabella 6 dura un minimo di 4 ore e 45 minuti e si applica ogni volta che è disponibile l'ossigeno, infatti respirare ossigeno in pressione aumenta la velocità di eliminazione dell'azoto dai tessuti. A seconda della severità dei sintomi il tempo di trattamento può essere aumentato fino a 8 ore. Il subacqueo respira ossigeno al 100% attraverso una maschera simile a quella dei piloti da caccia oppure indossando un cappuccio trasparente. Gli assistenti e il medico della camera iperbarica stabiliscono spesso delle pause nella respirazione di ossigeno, durante le quali il paziente può bere e mangiare.
per gentile concessione DAN Europe
Recommend this article... Last update : 09-03-2008 17:50
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