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Francesco Turano ci racconta un'immersione notturna nello Stretto di Messina, e condivide con noi osservazioni ed emozioni di una notte sott'acqua.
L’aria umida di questo quindici gennaio mi ricorda che ancora una volta
i venti da sud hanno preso il sopravvento, interrompendo i rigori di un
inverno che aveva solo accennato a iniziare con una bella nevicata.
Sono le sedici e quaranta e sono appena arrivato nei pressi del centro
Okeanos di Reggio Calabria, dove mi aspetta un amico per un tuffo nello
Stretto con il favore delle tenebre.
I fondali della città, antistanti
quel tratto di mare compreso tra il Circolo Velico e il laboratorio
universitario sul mare, sono uno dei luoghi che ho sempre frequentato
per incontrare soggetti a dir poco entusiasmanti per le mie fotografie.
Fabio, mio compagno d’immersione di questa sera, è un subacqueo in
gamba ma non ha esperienza di osservazione e ricerca sulla biodiversità
dello Stretto e mi immergo con lui per illustrargli le meraviglie di un
mare che una volta era un paradiso e che oggi conserva solo il ricordo
di quella straordinaria bellezza. Speriamo tuttavia che questi ambienti
siano ancora prodighi di sorprese e che l’incanto del tramonto,
infuocato e caldo, sia di buon auspicio. Aspettando che avanzi il
crepuscolo iniziamo la lunga vestizione.
Nei momenti che precedono l’immersione discutiamo a tratti sulle
esperienze di mare vissute; condividere un'immersione significa anche
conoscere il proprio compagno e cercare di capire come vivere insieme
l’esperienza nella dimensione liquida.

La notte giunge rapidamente e siamo pronti ad entrare in acqua: una
volta a galla, dopo le verifiche finali dell’attrezzatura personale,
c’è ancora tempo per un ultimo cenno di intesa reciproca e si inizia la
discesa nell’acqua già nera come la pece.
Quattordici sono i gradi
segnati dagli strumenti: l’acqua quest’anno sembra essersi raffreddata
con notevole anticipo.
Una lieve corrente, diretta da nord verso sud
(scendente), lambisce il mondo sommerso che questa sera ci ospita,
garantendo un’invitante acqua limpida; sembra ci siano le condizioni
giuste per questa nuova avventura. Ma all’improvviso l’imprevisto:
Fabio non riesce a compensare la pressione su un orecchio e per un
attimo siamo costretti a risalire. Proviamo a scendere nuovamente e
lentamente e, dopo alcune manovre e con un po’ di pazienza, tutto
sembra sbloccarsi e si procede verso la profondità massima stabilita,
circa quaranta metri.
Lungo la discesa faccio una prima breve sosta per fotografare una
simpatica gallinella, circondato dai soliti rosei pesci trombetta,
spaesati dai bagliori dei nostri fari, e da una moltitudine di zerri e
qualche mennola, pesci argentati quasi sempre presenti sui fondali
dello Stretto di qualsiasi natura.

Ripresa la discesa la mia attenzione è rapita da un incontro
inconsueto: sette o otto grossi e veloci pesci serra fanno irruzione
nel cono di luce proiettato dalle nostre fonti di luce artificiale,
lasciandosi osservare solo alcuni instanti e solo a debita distanza.
Lo
spettacolo è forte e credo sia difficile percepire l’intensità di quel
momento, apprezzandolo pienamente, perché per apprezzare è necessario
essere consapevoli della rarità di un simile evento.
Fabio, sempre al
mio fianco, si gode l’incontro come può, non conoscendo ciò che
osserva. Ma solo vivendo simili eventi più e più volte è possibile,
alla fine, comprendere e vivere pienamente gli spettacoli che la natura
ci offre gratuitamente. Dimentichiamo i grossi pesci e procediamo cauti
nel buio, tra pietre isolate sul fondo detritico e relitti di copertoni
che ospitano molta vita.
Finalmente le emozioni crescono adesso d’intensità: come un fantasma,
ecco d’incanto materializzarsi dal nulla un calamaro; sperando di
riuscire a mostrarlo a Fabio, mi giro un attimo per fare un segnale
luminoso, ma quando mi rigiro verso il calamaro faccio appena in tempo
a percepire il suo andirivieni scattante e, in un secondo, mi resta da
mostrare solo una nuvola di nero; il calamaro è svanito nel nulla.
Fortuna che posso raggiungere facilmente un giovane pesce San Pietro,
con una splendida pinna dorsale esile ed allungata, e fotografarlo
sotto gli occhi del mio compagno, al quale provo a fare una foto
insieme al pesce.
Gli eventi promettono bene e, abbandonato il San Pietro, fotografo
ancora qualche bella gallinella e osservo l’abbondante presenza di
piccoli pesci, come scorfanetti, pagelli e saraghi fasciati.
Mi dedico
quindi alla ripresa dei giovani pagri azzurri, rosei, puntinati di blu,
dalle morbide forme. Pesci attraenti e tra i più bei rappresentanti
della nobile famiglia degli sparidi.
Al volo riesco appena a vedere
ancora un calamaro, ma Fabio è qualche metro alle mie spalle e non ne
percepisce la presenza.
Il tempo di fondo comincia ad accumularsi e, dovendo rientrare con la
corrente contro, per quanto leggera, decido di tornare sui miei passi,
guadagnando lentamente la superficie, metro dopo metro. Ma la nostra
risalita è ulteriormente rallentata da un altro calamaro: questa volta
riesco a bloccarlo con la luce, intuisco una sua momentanea
disponibilità all’approccio. Mi avvicino, lo fisso attraverso il mirino
della mia fotocamera, lo fotografo una, due, tre volte, poi lo scatto.
Lo seguo, cerco di mostrarlo a Fabio.
Poi il calamaro diventa nervoso,
sale verso la superficie, si ferma a mezz’acqua: lo tengo nel fascio di
luce concentrata della mia torcia per alcuni istanti, prima della sua
fuga definitiva.
Ritorno a guardare il fondo e riprendo la risalita, ma
un pesce civetta, ennesimo incontro della serata, posa per alcune foto
che devo fare per motivi di forza maggiore, quasi per dovere di
cronaca.
Bella notturna, penso mentre sono quasi tornato al punto di
partenza di questo itinerario, anche nel senso squisitamente tecnico:
Fabio si è dimostrato all’altezza della situazione, non ha mai
compromesso l’esito delle mie riprese e si è goduto la cosa con
discrezione, mi auguro condividendo le mie gioe e le mie emozioni di
osservatore della natura.
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